Intervista doppia: Binelli & Stefanini

Il basket statunitense é sempre più azzurro! E non si tratta solo di NBA dove, grazie alla presenza di Gallinari, Bargnani e Belinelli, il fenomeno é ormai consolidato da tempo e neppure di NCAA dove tra maschile e femminile tanti sono i nostri “universitari”! La presenza italiana infatti arriva ancora più nel profondo del basket statunitense, là dove i futuri campioni si costruiscono e si fanno le ossa sperando di entrare nell’Olimpo di questo gioco a fianco di James o Curry.
Il caso ha voluto che due di questi indossino persino la stessa maglia: quella della Bergen Catholic High School nel New Jesey. I loro nomi? Thomas Binelli e Gabriele Stefanini. Entrambi classe 99, sono cresciuti insieme prima alla Basket Save My Life di San Lazzaro di Savena e poi alla Pallacanestro Reggiana. Ora condividono un sogno: quello di entrare nella NCAA e perché no….infoltire le fila degli Italians della NBA. Ecco cosa ci hanno raccontato in questa esclusiva intervista doppia!

Un pregio e un difetto del tuo compagno di squadra:
Thomas: Essere in due è una cosa molto positiva: ci supportiamo a vicenda dentro e fuori dal campo. Giochiamo insieme da cinque anni e diciamo che qua mostriamo molto la “Italian Connection” di cui tutti parlano; in campo parliamo solo in italiano e molte volte gli avversari ci danno contro per questo perché non sanno cosa diciamo e ora, ad ogni nostra partita, c’è un arbitro italiano per “controllarci” 🙂 Il problema è che siamo costantemente insieme tutto il giorno: ci hanno dato le stesse materie e le stesse classi per aiutarci tra di noi e viviamo nella stessa casa…diciamo che ci controlliamo a vicenda! 🙂
Gabriele: Avere un connazionale in squadra è come avere un pezzo di casa sempre con te, anche se gli piace la pasta stracotta e a me al dente!! 🙂 Quando cuciniamo da soli siamo un disastro!
A parte questo, è un ragazzo che sa prendere la vita con molta più filosofia di me..

Il sogno americano e la decisione di partire per gli States:
Thomas: La decisione all’interno della mia famiglia è stata unanime: tutti volevano il futuro migliore possibile per me, e sia a livello cestistico che a livello lavorativo, qui in America ci sono molte più opportunità. Non conosco bene i particolari del passaggio dalla mia attuale squadra (la Pallacanestro Reggiana ndr.) … so solo che mi è stata proposta questa occasione e non me la sono fatta scappare. Credo che andare negli USA, per giocare ma anche per qualsiasi altro motivo (anche solo per viverci) sia un po’ il sogno di tutti giovani. Alcune volte rimanevo sveglio per vedere le finali NBA e mi immaginavo come potesse essere giocare lì, nella patria della pallacanestro. Come tanti, mi facevo un po’ dei viaggi mentali…ecco 🙂 Ovviamente spero di diventare un giocatore di basket in un futuro e come tutti i giocatori voglio puntare in alto…. anche se so che arrivare in NBA è un percorso difficile e molto lungo.
Gabriele: Tutto è nato quando alcuni conoscenti hanno inviato filmati ad allenatori tra cui Coach Armstrong. A febbraio dell’anno scorso abbiamo fatto un viaggio negli States per toccare con mano alcune di queste situazioni tra cui quella della Bergen. Grazie alla bella esperienza di Oliva (Pierfrancesco, quest’anno a Saint Joseph’s ndr.) in questa scuola e l’ottima impressione che abbiamo avuto sia dello staff che dell’organizzazione, io e Thomas abbiamo accettato la proposta di Coach Armstrong. Ad agosto ci hanno fatto avere tutti i documenti necessari per chiedere il visto al consolato di Firenze e il 9 di settembre siamo volati qui . Un’occasione unica! Chi gioca a basket, come non può non sognare l’America? Senza contare in fatto che grazie a questa proposta sarei riuscito a conciliare sport e studio allo stesso livello, cosa che in Italia è molto difficile. Voglio arrivare alla laurea e giocare qui, anche se non penso troppo al futuro: cerco di godermi un giorno alla volta con un obiettivo alla volta.
La nuova vita a stelle e strisce:
Thomas: All’inizio è stato piuttosto difficile adattarsi ai ritmi americani, soprattutto nel basket. Per esempio, gli allenamenti sono completamente diversi: in Italia sono lenti con molti tempi morti. Qua invece c’è sempre qualcosa da fare. Se non stai facendo un esercizio corri dall’altra parte del campo e inizi subito quello successivo. Per dire…se in Italia in 2 ore facevo 15 esercizi, qua se ne fanno almeno 30! Inoltre, abbiamo molte partite sul calendario, soprattutto nei giorni infrasettimanali.
Per quel che riguarda la lingua e la scuola, invece, non ho avuto troppi problemi. In Italia ho frequentato il Liceo Linguistico e quindi ero già “preparato”. Certo, all’inizio a scuola era molto difficile capire e non riuscivo neanche a prendere appunti perché mentre scrivevo qualcosa, il professore aveva già detto altre tre cose. A scuola tutti scherzano sul mio accento: l’accento italiano piace a tutti e…. fa anche colpo! 🙂 In squadra, tutti si divertono a ripetere quello che dico io con il mio accento…ma non mi offendo perché mi rendo conto di parlare proprio così e quindi una risata me la faccio anche scappare.
Gabriele: Studio e basket … per me questo era ed è il mio modo di vivere: faccio quello che mi piace e non mi serve altro per ora.
Sveglia alle 7, colazione, scuola dalle 8 fino alle 14 quando abbiamo 30 minuti intorno alle 13 per mangiare.
Quando abbiamo una partita, quindi spesso, ci alleniamo subito dopo, altrimenti lo facciamo la sera. Considerando che giochiamo ogni 2 giorni – in pratica – è dall’ inizio di gennaio che non facciamo un giorno di riposo. Tuttavia, almeno per me, i ritmi qui a Bergen non sono poi tanto diversi da quelli che avevo in Italia…. anzi ho due ore in più per me perché non devo andare da Bologna a Reggio per giocare. 🙂 A parte gli scherzi, giocando un campionato in 3 mesi tutto diventa diverso. Gli allenamenti sono strutturati con la prima parte di fondamentali di palleggio passaggio prima statico poi dinamico: Coach Billy è molto attento a questo aspetto. Poi creiamo situazioni per migliorare nelle letture dei nostri giochi e vediamo le situazioni degli avversari. Il giorno della partita abbiano sempre una sessione di almeno un’ora dove si rivedono tutte le varie situazioni e si tira. Il video si fa quasi sempre il giorno dopo la partita. Prima del campionato la cura degli allenamenti è stata praticamente sul lato fisico: io stesso ho voluto migliorarmi più che potevo per essere da subito competitivo e praticamente tutti i giorni sono andato in palestra a fare pesi e tirare, anche da solo.
Il debutto americano e qualche aneddoto:
Thomas: Il mio debutto in campo è stato molto particolare: ho segnato solo 3 punti, sbagliando qualche tiro. Ero molto nervoso perché era la mia prima partita ed ero molto emozionato. In campo all’inizio ero quasi spaesato e non potevo credere di essere lì. E se devo essere sincero, ancora non mi sembra vero di giocare nella “patria del basket”! Il ricordo più bello per ora è stato sicuramente una partita vinta allo scadere, dopo essere stati sempre sotto per tutta la partita di 7-8, ma anche 10 punti. Io ho segnato 10 punti e fatto l’assist per il canestro della vittoria. Credo di non essermi mai sentito cosi libero come quella volta su un campo da basket. Per quello che riguarda le “americanate”, qui vanno di moda gli handshakes e personalmente ne ho uno con tutti i componenti della mia squadra…è una sorta di rituale che ci carica! Come ascoltare “Lose Yourself” di Eminem, la canzone che mi rispecchia al meglio nel senso che, come dice il testo, quando hai una grande occasione non la devi sprecare e fare di tutto per farla valere al meglio. Ed è anche per questo che ho scelto il numero 0: lo 0 rappresenta l’inizio di qualcosa; io lo interpreto come “ricomincia tutto da 0. Non conta quello che hai fatto prima di arrivare qua. Riparti da 0 e dai il meglio di te in tutto, senza guardare in faccia a nessuno”
Gabriele: Nel torneo preseason che abbiamo fatto, la mia più grande paura era quella di non essere all’altezza …. ma una volta in campo, quando ho visto che potevo dire la mia, è passato tutto. Ma il ricordo più bello è stato quello di essere premiato nel trimestre per i voti che ho preso. E’ stata la mia sfida più difficile perché comunque studio in un’altra lingua e qui non ti aspettano: devi poter capire e prendere appunti nelle lezioni e se non ci riesci poi non è facile fare i test….. che sono veramente tanti! Anche perché l’inizio non era stato dei più promettenti. Primo compito di inglese : definizioni di diversi vocaboli (naturalmente difficili). A casa, per prepararmi al meglio sono stato più di due ore sul computer a cercare le definizioni aiutandomi con internet. Contento, consegno il compito e alla sera, vedo il voto: zero! Disperato chiedo il motivo al prof che di tutta risposta mi dice: “Hai preso spunto da internet e per noi è copiare”. A Nulla sono valse le mie spiegazioni: semplicemente….non era un suo problema. E questo è stato il mio ben arrivato negli States.

La persona che ti ha influenzato maggiormente nella tua carriera e una lezione che non dimenticherai mai:
Thomas: La persona che mi ha influenzato di più di tutte nella mia carriera cestistica è stato sicuramente il mio papà (il mitico Gus Binelli, una delle bandiere della Virtus Bologna, scelto dagli Atlanta Hawks nel draft del 1986 ndr.). È il miglior coach che abbia mai avuto, anche se non mi ha mai veramente allenato perché non ho mai giocato con una delle sue squadre; era più un allenatore personale. Da piccolo ero un po’ testardo e non gli davo molto ascolto. Pensavo di essere già bravo senza che nessuno avesse bisogno di insegnarmi niente. Ma mi sbagliavo e ogni tanto me ne pento. Quando non avevamo niente da fare, andavamo in una palestra o al campetto a lavorare un po’ e tutto quello che so fare su un campo da basket lo devo a lui. Cerco di ispirare il mio gioco a Dirk Nowitzky: come me lui è molto alto, ma allo stesso tempo è un buon tiratore ; per questo mi ci rivedo molto in lui. Non è molto frequente in America a livello di high-school vedere un tiratore che sia alto più di 2 metri. Nei primi allenamenti nessuno si aspettava che fossi un buon tiratore: così, quando mi hanno visto segnare anche da fuori sembrava che avessero visto un alieno. Vorrei solo avere un po dei suoi movimenti di Dirk e spero di fare la carriera che ha fatto lui.
Gabriele: Senza dubbio mio papà (pivot atletico di 188cm delle serie minori ndr.), sia come modello che come influenza in tutto quello che ho fatto e faccio. Per questo ho scelto come maglia il numero 10; lo stesso che indossava lui quando con la nazionale italiana ha vinto un europeo studentesco in Israele a 16 anni e per me non c’erano dubbi su che numero chiedere. Poi prendo spunti da tutti i grandi, dato che sono convinto che guardando si impara: é la prima regola se si vuole crescere, soprattutto in un ambiente così competitivo come quello americano. Per loro tutto e’ competizione, ma vista anche su se stessi: vuoi arrivare? Allora devi superare tutti i tuoi limiti! Qui vai avanti se dimostri! E quello che conta è vincere! Semplice! 🙂

Di Isabella Agostinelli

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